Il programma del 38° Congresso dell’Associazione culturale pediatri (ACP), dal titolo “Uno sguardo allargato alla salute dei bambini e degli adolescenti”, spazia dall’allattamento alla salute mentale degli adolescenti, dai fattori ambientali al maltrattamento, fino alla gestione clinica e alla morte in età pediatrica. Qual è il filo che tiene insieme temi così diversi e quale idea di pediatria avete voluto proporre?
Il filo conduttore sono le quattro priorità individuate nel 2007 dal direttivo dell’ACP, che restano attuali e richiedono un impegno costante. Nel corso degli anni sono stati fatti passi avanti, ma si tratta di obiettivi complessi, che necessitano di attenzione e interventi continuativi. Il programma del congresso li riprende tutti. La prima è il sostegno alla genitorialità, anche attraverso interventi precoci a favore della salute del bambino e della madre. A questa priorità fa capo la sessione sulla costruzione di alleanze efficaci per l’allattamento al seno dalle iniziative baby-friendly alle politiche europee. La seconda è il contrasto alle disuguaglianze, un tema presente in tutti i nostri congressi. Enrica Pizzi presenterà i dati della sorveglianza ZeroDue dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che permettono di leggere le disuguaglianze di salute nei primi mille giorni di vita. È un lavoro che stiamo sviluppando. La terza priorità è la salute mentale, a cui è dedicata una sessione sugli adolescenti: dai comportamenti autolesivi alla disregolazione emotiva, fino a ciò che può fare il pediatra. Interverrà anche Maria Luisa Scattoni, che, insieme alle principali sigle pediatriche e alla rappresentanza della neuropsichiatria infantile, ha messo a punto un sistema di sorveglianza del neurosviluppo durante i bilanci di salute dei pediatri di famiglia. La quarta riguarda l’ambiente e la salute infantile, con una sessione sugli interferenti endocrini in relazione ai disturbi del neurosviluppo e all’obesità.
A questi temi si aggiungono una parte più clinica – dalla gestione del bambino con disidratazione alla dermatologia pratica, fino alle malattie rare – che non può mancare in un congresso di pediatria, una sessione sugli aspetti sociali, filosofici, psicologici e clinici della morte del bambino e una sessione sui segni e i segnali di maltrattamento e abuso, che si conclude con una tavola rotonda su come sostenere, segnalare e denunciare. L’obiettivo è fornire ai pediatri competenze e modelli di supporto integrato per la gestione del fine vita a domicilio. Il titolo del congresso, “Uno sguardo allargato alla salute delle bambine e dei bambini”, richiama un approccio attento non soltanto alla dimensione pediatrica in senso stretto, ma anche a tutti i bisogni legati alla crescita e all’importanza degli interventi precoci. Vorrei anche ringraziare l’Iss, che ci ospita con cui collaboriamo in diversi progetti.
Che cosa significa, oggi, per voi pediatri adottare uno sguardo allargato alla salute? Quali questioni richiedono oggi maggiore attenzione?
La salute dell’infanzia non riguarda soltanto la diagnosi e la cura delle malattie, ma anche il benessere psicologico, le condizioni sociali e l’ambiente in cui si cresce. Uno sguardo strettamente pediatrico non è quindi sufficiente a rispondere a tutte le problematiche che emergono anche dalla cronaca e ai bisogni di salute, che riguardano non solo la dimensione fisica, ma anche quella mentale. Basti pensare all’esposizione agli schermi e ai dispositivi digitali, ormai un tema centrale nello sviluppo dei bambini e degli adolescenti. Per come l’ACP ha sempre inteso il proprio ruolo, è necessaria anche un’attività di advocacy: una responsabilità etica che sostenga e dia voce ai bisogni dei bambini, che non sembrano essere una priorità dei decisori politici. Questo è particolarmente importante in un contesto di natalità in continuo calo. La denatalità è un tema ineludibile, che pone anche questioni organizzative per l’assistenza pediatrica. La riduzione del numero dei bambini richiede infatti di riprogrammare il numero dei pediatri, sia di libera scelta sia ospedalieri, tenendo conto della nuova realtà. Non si può poi parlare di salute mentale senza considerare la neuropsichiatria infantile, nonostante le difficoltà nel rispondere a bisogni in continuo aumento. Il pediatra è quindi uno snodo essenziale per la salute delle bambine e dei bambini, ma da solo non può più dare risposte esaurienti alla complessità dei bisogni. Per questo serve un cambio di prospettiva, orientato alla prevenzione e alla promozione della salute fin dalle prime fasi della vita e alla creazione di alleanze.
Allargando lo sguardo, quali interventi possono fare davvero la differenza e quali opportunità offre una maggiore integrazione tra pediatri, servizi sanitari e comunità?
Un buon esempio è “Nati per Leggere”, il programma che promuove la lettura ad alta voce nella fascia da zero a sei anni e che può rappresentare un modello di questo cambio di passo. È portato avanti dai pediatri, ma coinvolge anche i bibliotecari, naturalmente attraverso i libri, gli educatori e quello che considero un prezioso esercito di volontari, che contribuiscono alla promozione del progetto. È un approccio che supera l’intervento del singolo pediatra. Dopo aver svolto nel proprio ambulatorio un’attività di sensibilizzazione, il pediatra può promuovere connessioni con le biblioteche, i volontari e gli educatori della fascia zero-sei, quindi anche con i nidi e le scuole dell’infanzia. Per avere una ricaduta sulla comunità e sulla società, questi progetti devono andare oltre una prospettiva strettamente sanitaria.
La lettura magistrale del congresso, “L’ACP: dai Maestri alla forza del Gruppo”, richiama il rapporto tra le generazioni, il valore del lavoro condiviso e la trasmissione dei saperi e delle esperienze. In un contesto di calo delle nascite e di distribuzione non sempre adeguata dei pediatri nei servizi, come si può valorizzare il contributo dei giovani medici e programmare una formazione capace di rispondere ai bisogni futuri dell’infanzia e dell’adolescenza?
La lettura magistrale sarà tenuta da Stefania Manetti, presidente in carica, da Federica Zanetto, past president, e da me, in qualità di direttore di Quaderni acp. Non vuole essere un racconto nostalgico e autoreferenziale di un’associazione che ci ha dato molto, ma un’occasione per guardare alla sua storia, che ha superato i cinquant’anni: già questo è un indicatore di vitalità.
Ripercorreremo alcuni snodi che consideriamo cruciali. L’ACP era nata con una presenza soprattutto di pediatri universitari e ospedalieri; in seguito si è arricchita della cultura del territorio e, in qualche modo, ha cambiato pelle. Oggi include tutte le diverse anime che la compongono. La “forza del gruppo” richiamata nel titolo esprime bene la nostra intenzione: probabilmente è finita l’era dei singoli luminari e c’è bisogno di un sapere orizzontale, al quale tutti possano contribuire. Lo si vede anche nella scienza e nella ricerca, che si muove sempre più in una dimensione condivisa. È anche un modo per passare il testimone alle nuove generazioni. Il congresso prevede una sessione dedicata ai poster e alle comunicazioni orali degli specializzandi, selezionati da una giuria e che verranno pubblicati su Quaderni acp. Vogliamo offrire ai giovani l’opportunità di avvicinarsi all’associazione e, allo stesso tempo, valorizzare il loro contributo e capire ciò che forse facciamo più fatica a cogliere. Dall’anno prossimo anche Quaderni acp cambierà: non sarà più pubblicato sia in formato cartaceo sia in formato digitale, ma soltanto in digitale, per rispondere alle esigenze delle generazioni meno abituate alla carta. È un’occasione di rilancio: passeremo da sei a dieci uscite annuali per seguire più da vicino l’attualità e la cronaca sanitaria e affiancheremo una versione in inglese a quella italiana dei contenuti prettamente clinici. Questo sforzo punta anche a coinvolgere le nuove generazioni, che probabilmente hanno tempi di fruizione più rapidi dei nostri. Ma, citando Daniel Kahneman, accanto ai pensieri veloci sono necessari anche quelli lenti, ai quali possiamo ancora contribuire con una riflessione più approfondita.
Le disuguaglianze sociali si riflettono anche sulla salute di bambine, bambini e adolescenti, influenzando le opportunità di crescita e l’accesso ai servizi. Come può la pediatria contribuire a ridurle? E quali messaggi o strumenti concreti vorreste che i partecipanti portassero con sé al termine del congresso?
Durante l’assemblea parleremo nel dettaglio del progetto di riorganizzazione delle cure primarie proposto dall’ACP, a cui teniamo molto e che stiamo portando avanti. Vogliamo che case della comunità adeguatamente strutturate possano garantire una risposta di prossimità, uno dei grandi temi della pediatria attuale. Occorre considerare anche le nuove famiglie, sempre più diverse da quelle a cui eravamo abituati a rivolgerci. Il cambiamento dei bisogni implica un cambiamento delle risposte e richiede di adeguare anche la formazione. Proprio in quest’ottica nei nostri webinar e nelle attività formative continueremo a dare spazio alla clinica, che resta fondamentale, ma anche agli aspetti comunicativi e relazionali, come già avviene nella collaborazione con i neuropsichiatri infantili. L’obiettivo è prestare attenzione alla salute del bambino nel suo insieme, non soltanto in senso strettamente sanitario. È una sfida che richiede la forza del gruppo e la capacità di fare rete, affinché questo sguardo più ampio possa tradursi in interventi concreti e trovare spazio anche nelle agende politiche. È questo il messaggio che mi auguro resti ai partecipanti.

