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Raccontare l’amore per la propria terra

  • 01 Dic 2010 alle 15:47:00
Raja Shehadeh

Il pallido Dio delle colline.
Sui sentieri della Palestina che scompare
EDT, 2010
pp. 196, euro 19


Le notizie giornalistiche, sempre drammatiche, forse non fanno comprendere l’assurda e tragica situazione che vive la Palestina di oggi. Per capirlo, si dovrebbe sperimentare la quotidianità attuale in questa terra dilaniata dall’odio e confrontarla con lo stile di vita che i palestinesi vivevano solo pochi decenni fa, prima delle rovinose guerre con Israele. Non potendolo fare in prima persona, ci affidiamo a questo libro scritto da un palestinese, avvocato con laurea inglese e studio a Ramallah, specializzato nel contestare gli espropri di terreni che gli israeliani sistematicamente operano or mai da molti anni nei confronti della popolazione palestinese. Il libro si sviluppa in sette racconti, ognuno dedicato a una lunga camminata attraverso i territori de l’antica Palestina, dove vecchio e nuovo, pace e guerra convivono in un assurdo e apparentemente insensato stridore. Raja Shehadeh ci conduce, camminando, nel ricordo di una Palestina che ormai non esiste più, sorprendendoci con descrizioni, in una piacevole prosa e con un sentimento di grande tenerezza, di una terra rigogliosa, dolce, ricca d’intensa armonia tra natura e presenza umana che oggigiorno, tuttavia, va degenerando a causa della selvaggia colonizzazione israeliana unitamente a un forte impoverimento culturale ed economico della popolazione autoctona.
Un grande pregio del libro è di raccontare un cammino con occhi pieni di amore verso la sua terra, evitando giudizi sommari su israeliani e arabi. Anzi, l’equilibrio con cui l’Autore rivisita gli ultimi decenni di storia e descrive i comportamenti tenuti da ambo le parti è molto apprezzabile, meravigliandoci continuamente con racconti di testimonianze e spiegazioni su come sia ormai insopportabile la vita quotidiana per un arabo nelle terre occupate. L’ultimo racconto, credibile forse proprio perché così inverosimile per essere un’invenzione narrativa, ci porta a considerare che l’Uomo non ha un’etnia o un passato da difendere con la violenza, ma solo un profondo disagio o dolore che spesso non sa come esprimere.
Costantino Panza

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