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Quel tempo delle scelte

  • 31 Ago 2010 alle 09:42:00
Franco Panizon La bella gioventù Mursia, 2010 pp. 126, euro 14
Franco Panizon, nato nel 1925, ci offre il racconto di un anno della sua vita che non conoscevamo. A 18 anni, all’inizio della vita della Repubblica Sociale Italiana istituita da Mussolini nel territorio italiano occupato dai tedeschi, si trovò di fronte ai bandi di chiamata alle armi delle classi 1924 e 1925 nel novembre del 1943, dopo il discorso del maresciallo Graziani al teatro Adriano che ricostituiva l’esercito italiano. Dice Panizon che le strade che allora erano di fronte ai “richiamati” erano tre: due eroiche, una più normale o borghese. Le due eroiche erano quelle di andare con i fascisti nella Guardia Repubblicana, le cosiddette Brigate nere, o di andare con i partigiani che allora si stavano organizzando nelle brigate in montagna o nei GAP. La terza era quella, più normale, di seguitare a stare dalla parte nella quale si era iniziata la guerra. Sì, c’era anche quella di “farsi prete” che il Nostro non esaminò. Era proprio così. Ho vissuto quelle scelte all’interno della mia famiglia. Andare con i partigiani era una scelta difficile. Il fascismo era stato una realtà imponente, complessa, ossessiva, suggestiva per i giovani che avevano conosciuto solo quella realtà politica. Era difficile sbarazzarsene. Nessuno, o pochi, avevano conoscenze e rapporti significativi al di fuori del fascismo e questo tanto meno in provincia. Un amico giornalista, diventato un grande corrispondente dall’estero, mi diceva che anche l’avere avuto in casa un padre antifascista aveva in realtà contato poco: lo si era vissuto come una sorta di bizzarria; come avere avuto un babbo un po’ strano. Lo posso confermare. Franco Panizon sceglie di percorrere la strada normale anche per non perdere “l’avventura della guerra”. Lo aveva scritto anche Renato Serra nel 1915 nel suo “Esame di coscienza di un letterato”. La sorpresa che subito Franco si trova davanti è che questo esercito “fascista” non è poi tanto fascista: ci sono persino dei “fieri antifascisti” e mancano i fieri fascisti che certo erano andati nelle Brigate nere. Rappresentava insomma il Paese così come era in quegli anni. Quelli che avevano fatto le scelte eroiche erano andati altrove e non in quell’esercito. E in quell’esercito c’è un po’ di spirito di vacanza, un po’ di goliardia, poca voglia di combattere e molta fatica. La fatica e la fame durante il periodo di addestramento in Germania e la fatica durante il ritorno in Italia che coincide con la fine della fame. Poca la guerra in verità, nessuna battaglia, qualche scontro con i partigiani e la voglia di non far danno. E alla fine la resa, un po’ attesa un po’ temuta e poi vista come se il mondo sorridesse in fondo a tutti: anche a coloro che avevano sbagliato la scelta.
Giancarlo Biasini
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