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Cercare di comprendere l’uomo ammalato

  • 17 Ago 2009 alle 10:33:00
Georges Simenon
Le campane di Bicêtre
Biblioteca Adelphi 2009
pp. 261, euro 19

Se un buon motivo per leggere un libro è rappresentato dal fatto che è scritto molto bene, allora basterebbe questo per leggere Le campane di Bicêtre, e non bisogna obbligatoriamente essere tra i moltissimi estimatori di Simenon per apprezzare la bella prosa e il piacere con cui si legge. In
realtà questo è uno di quei libri che ai medici fa bene leggere. Quando il romanzo comincia, il protagonista è in fondo a “una voragine scura”, nella quale il tempo ha momentaneamente smesso di assillarlo.
Il solo segnale che viene dal di fuori è fatto di anelli, anelli sonori che si ingrandiscono e vanno lontano. Il suono delle campane, le campane della chiesa di Bicêtre. René Maugras è in ospedale e vi è stato accompagnato dal suo amico, luminare della medicina della Parigi facoltosa, perché colto da malore nel corso di una delle loro abituali cene del primo martedì del mese. Maugras vivrà giorni in cui potrà parlare solo con se stesso perché le parole pensate non possono essere dette, non riesce a emettere suoni. Trascorrerà il nuovo tempo ripercorrendo la sua vita, si interrogherà con spietatezza, quasi con cinismo, sulle sue qualità, i suoi errori e i suoi difetti. Analizzerà gli amici con una attenzione e una sensibilità nuove, e soprattutto si interrogherà sul senso della vita. Non è ciò che ogni uomo fa, cercare un senso alla vita vissuta, soprattutto quando sa di poterla perdere? E il protagonista lo fa, senza ipocrisie o pietismi o finzioni. Tuttavia l’aspetto più interessante per noi medici è la malattia così come lui la racconta, confrontata a quella che gli raccontano i medici. La sua sofferenza nel vedersi trattato come se non fosse in grado di capire, e poi con pietà, con puerili menzogne, mentre il paziente Maugras, rinchiuso nella sua obbligata solitudine, comprende ora ben al di là di ciò che gli si dice. E cerca di costruire il tempo, che adesso viene ritmato dalle pratiche mediche, dai gesti delle infermiere, dal silenzio del reparto prima che un giorno nuovo lo rianimi, dal linguaggio non sempre gradito dai dottori. E dal pensare a come i suoi amici e lui abbiano raggiunto il successo, e il prezzo che hanno pagato e se ne sia valsa la pena. E man mano che guarisce, e comincia ad accontentare i medici che inconsciamente gli rivolgono una richiesta di apprezzamento e di collaborazione, di fare insomma “il paziente”, René Maugras sembra ricordarci che noi conosciamo molto meglio la malattia che il malato. E la dedica di Simenon è a tutti coloro – professori, medici, infermieri e infermiere – che, negli ospedali e non solo, cercano di comprendere e di soccorrere l’essere più sconcertante al mondo: l’uomo ammalato.

Maria Francesca Siracusano
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